Chi è il Beato Scalabrini

Profilo del Beato Giovanni Battista Scalabrini, Vescovo e Fondatore

liberamente tratto dallo scritto di padre Stelio Fongaro (CS)

LA VITA E LE OPERE

Nato a Fino Mornasco (Como) 1’8 luglio 1839, terzo di otto figli, frequentò il ginnasio statale Volta di Como dimostrando una bella intelligenza e una costante applicazione, che fin dal primo anno del ginnasio gli meritò il primo premio. Le stesse doti di­ mostrò quando, dopo il ginnasio (1851-1857), entrò nel seminario minore, e poi, nel seminario maggio­ re. Ordinato sacerdote nel 1863, a 24 anni, espresse il desiderio di farsi missionario nel PIME, ma il suo Vescovo lo assegnò al seminario minore come insegnante e Vicerettore, e poi come Rettore. Qui portò una ventata di aria nuova, nei metodi e nei contenuti d’insegnamento che si aprirono alla modernità. Anche in politica accennò ad una modesta apertura in direzione dei “transigenti” – che volevano una conciliazione fra l’Italia e il Vaticano, con la conseguente rinuncia allo Stato pontificio da parte del Papa -, apertura che tuttavia gli raffreddò i rapporti dei vecchi professori “intransigenti”, che volevano che il Papa ritornasse in possesso totale dello Stato Pontificio -; sicché il Vescovo, per non bruciarlo, nel 1870 lo nominò Priore di San Bartolomeo, parrocchia della periferia industriale di Como.
Qui il Priore ebbe l’occasione di dare le primizie di quella attività pastorale, che il Vescovo maturerà poi in stagione piena: uno zelo per le anime, che mette l’intelligenza a servizio dell’opera di bontà. Ed ecco quel gioiello di catechetica del “Piccolo catechismo per gli asili d’infanzia” (1875); varie iniziative sociali, tra cui quella per le operaie tessili e le sordomute; una società di mutuo soccorso per aiutare i disoccupati e gli invalidi, e il primo orato­ rio maschile in Como. Nel frattempo il parroco non smetteva di studiare e di tenersi aggiornato. Frutto di questi interessi furono le 11 conferenze sul Concilio Vaticano II tenute nel Duomo di Como, e tanto apprezzate anche da Don Giovanni Bosco, che le fece stampare, arrivare a Roma, contribuendo (conferenze e prestigioso editore) alla nomina del Priore di San Bartolo­ meo a Vescovo di Piacenza. Era il 1876, e il Vescovo novello aveva solo 36 anni!
VESCOVO DI PIACENZA
In 29 anni di ministero episcopale nella diocesi di Piacenza, egli rivelò soprattutto le sue doti di pastore di anime, “assetato” di comunicare loro la vita del Buon Pastore. Con interventi di governo efficaci, tempestivi e incisivi sulla struttura della pastorale – dove si era proposto come modello San Carlo Borromeo – , e camminando sempre davanti alle sue pecore, egli le condusse ai pascoli di una “abbondante” vita cristiana. La sua prima cura fu per il clero e per i tre Seminari, di cui Rinnovò la disciplina e gli studi, anticipando di tre anni la riforma tomistica di Leone XIII, e per il canto gregoriano precorse di molto la riforma di Pio X e siccome la sua diocesi era agricola, istituì per la teologia anche la cattedra di agraria. I rapporti col suo clero furono improntati a sollecitudine, stima, giustizia e paternità, e ne fu ricambiato con zelo, obbedienza ed amore filiale, sì che anche dopo la sua morte egli per il clero piacentino restò sempre “il Vescovo”.
Convinto che il governo di una diocesi esige il con­ tatto diretto del pastore con le sue pecore – come voleva del resto il Concilio di Trento e il suo modello San Carlo – le andò a trovare, anzi, a cercare, per ben cinque volte, nelle loro 365 parrocchie, 200 delle quali in montagna, raggiungibili a groppa di mulo, e parecchie solo a piedi. La VISITA PASTORALE, fatta di persona, era per lui prima di tutto un avvenimento spirituale, poi un fatto umano, e da ultimo un dovere canonico. Infatti, la visita veniva preparata dalle missioni popolari, e fatta non solo con bagni di folla, ma anche con “lavacri e guadagni di anime”, e con un’azione così capillarizzata da giungere ad ogni categoria di fedeli: fanciulli, giovani, donne, operai, malati, ecc.; e poi con consacrazioni di chiese, di cimiteri, benedizioni di campane, ecc. Si può di­ re che non ci sia chiesa della diocesi di Piacenza che non abbia una lapide a memoria di qualche suo “fasto” celebrato da Scalabrini. Da una visita pastorale così intesa il popolo era spronato all’amore di Dio, anche per conoscenza diretta del cuore ardente del suo vescovo, e il ve­scovo poteva “conoscere a una a una le sue pecorelle”, e avere in mano lo stato delle loro anime, in ogni aspetto: umano, cristiano, morale, economico e sociale: puntigliosamente annotato, schedato, e infine notificato anche a Roma.Sarà proprio al termine della prima visita pastorale che il sollecito rilevatore dei fenomeni sociali prenderà atto che oltre l’11% dei suoi fedeli emi­grava! Ma una visita pastorale di questo genere era una cosa così snervante che i suoi collaboratori pensa­ vano che non sarebbe riuscito a fare la seconda: e lui ne fece cinque!
Primo frutto della visita pastorale è la celebrazione del SINODO, ossia l’assise di tutto il Clero del­ la diocesi per aggiornare la legislazione dei padri secondo i nuovi bisogni dei figli. Il terzo Sinodo, di 350 pagine, fu interamente steso di pugno da Scalabrini, e si può considerare il suo testamento spirituale, alla soglia del secolo XX, che il Vescovo di Piacenza volle consacrato al Redentore presente per antonomasia nella storia mediante l’Eucaristia.
Scalabrini fu pioniere del CATECHISMO. Nel museo Scalabrini della Casa Madre dei Missionari di San Carlo in Piacenza, c’è una reliquia insigne per diversi aspetti ormai (cioè, dopo la beatificazione anche di Pio IX): una preziosa croce pettorale che il Papa Pio IX, nell’atto di accomiatarsi dai Vescovi dell’Emilia – Romagna in visita ad limina, dopo essersela sfilata dal collo, pose attorno a quello del Vescovo di Piacenza con queste parole: “All’apostolo del Catechismo”. Questo evento segreto fu svelato dal Vescovo di Piacenza mentre svolgeva la sua funzione di moderatore al primo Congresso Catechistico Nazionale celebrato da lui in Piacenza nel 1889. E lo rivelò, perché sentiva quella specie di consacrazione papale anche come una consegna, un dover essere ulteriore. Prima di dare una sintesi di questo suo lavoro nel campo del Catechismo, che basterebbe da solo per passare alla storia della Chiesa, è opportuno accennare a qualche aspetto culturale dei tempi in cui Scalabrini operò. Proprio nel 1876, anno in cui Scalabrini è nomina­ to Vescovo di Piacenza, con l’avvento al potere del­ la Sinistra, si verifica anche una progressiva laicizzazione della scuola, fino a che nel luglio del 1877 la legge Coppino abolisce la religione tra le materie della scuola elementare (mentre era materia principale e obbligatoria nella legge Casati del 1859). Qualche mese prima la religione era stata abolita in pratica anche nelle scuole superiori. Scalabrini prende atto di questa situazione e, invece di recriminare solamente, accetta la sfida, e diviene davvero “l’apostolo del catechismo”. Infatti, il suo secondo intervento pastorale, a soli due mesi dall’ingresso (e anche questo è molto significativo!), fu la lettera pastorale sull’Insegna­ mento del Catechismo.

Scalabrini durante una visita pastorale

In questo campo il Vescovo di Piacenza fece due cose nuove a quel tempo: istituzionalizzò l’insegnamento del catechismo, organizzandolo, nel quadro di una solida struttura centrale e periferica imitata da San Carlo, e perfezionata in forma di vera e propria scuola, con locali, classi, programmi, esami e premi, maestri e maestre. Questi ultimi, poi, li seppe “formare con pazienti cure”, perché capì che è proprio e soprattutto la loro formazione “che perfeziona la santa istituzione”. Infatti, il catechismo era per lui un imparare ad amare Cristo, e quindi determinante in questo ministero era la testimonianza cristiana dei maestri. Inoltre, l’utilizzo dei laici non fu dettato solamente da motivi pratici, come fu per il suo modello San Carlo che scarseggiava di clero, ma anche da una netta presa di co­ scienza della vocazione “profetica” dei laici. La seconda novità è aver capito che in una società ormai non più totalmente cristiana dovevano essere riformati anche i contenuti del Catechismo, il quale doveva “gettare sull’animo dei giovani fondamenti fermi e incrollabili e formare in essi una fede illuminata e profonda” (Pastorale 1876): cioè, doveva essere un catechismo in cui la fede cerca le proprie ragioni e non solo le proprie espressioni. Con questo insegnamento, esteso a tutte le età, il cristiano veniva preso in consegna dalla culla alla tomba.
I meriti di Scalabrini in questo campo sono tali da costituire da soli, come s’è detto, il vanto di una vita e un posto nella storia ecclesiastica, oltre che segna­re dei primati. Infatti, nel 1889 celebrò a Piacenza il Primo Congresso Catechistico Nazionale – il primo del genere nella storia della Chiesa – con la partecipazione di un cardinale, 11 vescovi e 400 rappresentanti delle diocesi italiane e 400 pagine di Atti. Vi si dibatté, tra l’altro, la proposta scalabriniana del catechismo unico (sostenuta anche dal Vescovo di Mantova, il futuro Papa Pio X, quello appunto che rea­ lizzò il “Catechismo unico”), e quella della catechesi specifica agli adulti, operai, fidanzati, comunicandi, studenti delle scuole superiori, ecc. Ancora: Scalabrini licenziò già nel 1876 “Il catechista cattolico”, la prima Rivista catechistica italiana (1876), solo seconda al mondo (preceduta di un semestre da una analoga di Monaco di Baviera), mensile che avrà vita fino al 1939. Inoltre, istituì nel suo seminario la Cattedra di catecheta. Questo riuscì a realizzare non solo per il suo zelo e la sua lungimiranza, ma anche perché seppe valorizzare l’aiuto e l’apporto dei suoi migliori collaboratori, come Mons. Carlo Uttini, di alto profilo intellettuale e esperto nel campo pedagogico. L’entusiasmo che la sua iniziativa suscitò è bene espresso dalle cifre: già nel 1876 i catechisti laici erano 1.275 – saliranno in seguito a quasi 5.000! -, e si darà il caso che dei maestri “soprannumero” esprimeranno il loro disappunto per essere lasciati a casa. Anche gli alunni si erano più che duplicati nelle singole parrocchie. L’Apostolo del Catechismo oltre ai primati ha anche il merito della lungimiranza nei principi didattici dell’insegnamento del Catechismo, principi che anticipano per diversi aspetti la “catechesi moderna” (Silvio Riva), e che sono consegnati ne Il Catechismo Cattolico (1876), libro che purtroppo rimase, come è stato detto con felice immagine, la “dramma perduta” della letteratura catechetica italiana.

LE OPERE SOCIALI DI SCALABRINI

Entrando alle Poste di Piacenza, si rimane felicemente sorpresi di vedere affrescato nel soffitto della hall centrale, tra una esondante cornucopia di fiori frutti e putti, un grande e bel medaglione di Scalabrini, opera di Pacifico Sidoli. Fino al 1931, infatti, quella era una delle tante opere sociali promosse dal Vescovo: la Banca Cattolica S. Antonino. È difficile anche solo enumerare le sue iniziative di carità e l’esercizio delle opere di misericordia a favore dei poveri che ogni giorno bussavano alla porta, dei carcerati, dei malati e degli orfani: carità, per così dire, sommersa, e che Dio solo conosce. Questa tuttavia si raddoppiava, emergendo in occasione di pubbliche calamità, come nella carestia del 1879-1880, in cui il Vescovo fece distribuire in due mesi 244.460 minestre, oltre a numerosi buoni per farina e legna, ricevendo per questo un pubblico encomio alla Camera. In quell’occasione furono utilizzate per la prima volta in città (e anche questo primato depone a favore della sua attenzione ai… segni dei tempi!) le cucine economiche da poco apparse sul mercato. Esauriti i fondi, impegnò i suoi preziosi e anche il calice ricevuto in dono da Pio IX, poi vendette i cavalli che gli erano stati donati per le visite pastorali. E “vendette i suoi cavalli per ben due volte” testimoniò Mons. Francesco Torta! A chi gli faceva capire che così sarebbe morto sulla paglia, rispondeva che dopo tutto era poco male, se Gesù vi era anche nato. Il segreto di tanta carità era una fiducia illimitata nella Provvidenza, ma anche il suo genio naturale di drenare beneficenza.
Fra le sue opere sociali ‘minori’ accenniamo solo a due campioni, uno all’inizio e uno alla fine della sua vita. Nel 1879 fondò a Piacenza l’Istituto sordomute, anche per mantener fede ad una promessa che aveva fatta fin dalla sua partenza da Como. Infatti, il problema dei sordomuti lo aveva già interessato e vi era particolarmente esperto, perché amico del grande innovatore e creatore del nuovo metodo “fonico” per l’educazione dei sordomuti, il concittadino Mons. Balestra. L’altra opera sociale l’Opera pro mondariso fu realizzata nel 1903, per l’assistenza religiosa, sociale e sindacale delle circa 170.000 addette alla cultura del riso in Piemonte e Lombardia: tipico caso, allora, di immigrazione stagionale e di sfruttamento del lavoro femminile e minorile. Va ricordato che l’Opera dei Congressi, istituzione di carattere sociale che presiedeva alle iniziative benefiche della Chiesa, benché politicamente attestata sul versante intransigente, quando rispettò i propri ambiti, ebbe in Piacenza la seconda città d’Italia per quota di partecipazione: nel 1897, 227 comitati parrocchiali con 6.164 soci, ecc.; e questo ad opera di un Vescovo transigente, ma che gli bastava un desiderio del Papa per coagulare energie. In seguito alla tragica festa del Lavoro del 1898 (che anche a Piacenza causò tre morti), egli scrisse il libro: Il socialismo e l’azione del clero (1899), che è la sintesi del suo pensiero sociale. Vi si sostiene, tra l’altro, la partecipazione degli operai agli utili delle aziende, il diritto al lavoro, il diritto allo sciopero, le assicurazioni contro gli infortuni, le pensioni di invalidità, di vecchiaia , la riduzione dell’orario e dell’età di lavoro. Si stigmatizza la repressione poliziesca da parte dello Stato, e si propongono co­ me rimedi il cooperativismo, le associazioni di mu­ tuo soccorso e di assistenza, le banche cattoliche e le casse rurali, che concedevano prestiti a tassi di interesse minimo. Infine, il padronato doveva essere persuaso della ipoteca sociale sulla proprietà privata, come vuole il genuino pensiero della Rerum novarum. Il Ministro Francesco Saverio Nitti, saputo che il Vescovo di Piacenza aveva in cantiere qualcosa che era in lunghezza d’onda con i suoi interessi in questo campo sociale, lo richiese cortesemente di dirgli quando avrebbe licenziato il libro.

LE CONGREGAZIONI DEI MISSIONARI PER GLI EMIGRATI

Su un barcone nel Rio Grande in Brasile in visita ai migranti

“Uno dei fatti della storia moderna di indole politico-sociale e quindi religiosa perché i fatti umani, nella loro infinita varietà, rispecchiano sempre l’unità psichica (=l’uomo), da cui emanano -, è certamente” l’emigrazione degli europei.    (Scalabrini, Memoriale, 1905).
La nota sopra il rigo nella sua attività sociale resta, tuttavia, la fondazione di tre istituti, di religiosi, di laici e di religiose, al servizio dei migranti:la Congregazione dei Missionari di San Carlo (1887), la Società San Raffaele (1889), le Missionarie di San Carlo Borromeo (1895).
L’emigrazione italiana è forse il fenomeno sociale più drammatico dall’Unità d’Italia per oltre un secolo. L’esodo, che in 110 anni portò all’estero (specie nel­ le Americhe) più di 25 milioni di Italiani – pari al totale della popolazione dell’Italia unita! – crebbe con ritmo sempre più accelerato, tanto da far esclamare al Pascoli all’inizio del secolo: “continuando di questo passo, ad emigrare non saranno più gli italiani, ma l’Italia!”. Emigrare era una necessità (o emigrare o rubare; o emigrare o morire di fame – si diceva), ed era un dramma: perché emigrare è sempre uno strappo, a cui si è indotti (lo esprime bene anche il Vico in una delle sue celebri “degnità”) da “estrema necessità”; e poi perché emigrare allora, specie con una legislazione che consentiva libertà di far emigrare a quegli agenti di emigrazione che erano degli autentici speculatori, o, come li qualificava Scalabrini, “sensali di carne umana”, significava renderlo ancor più lacerante quello strappo. Si aggiunga che lo Stato italiano, improvvido e latitante quando si trattava di emigranti, non si curava poi affatto degli emigrati.
Per un Vescovo come Scalabrini – toccato anche in famiglia dal fenomeno migratorio (tre fratelli emigrarono in Argentina) e attento fin dalla prima vi­ sita pastorale all’ll% dei suoi fedeli che vi erano interessati – l’emigrazione, oltre che un grave problema sociale da risolvere, era anche una sfida alla sua fede, sia come pericolo di perdita del patrimonio cristiano, sia anche come possibilità di evangelizzazione. Il pericolo viene così lucidamente posto dal nostro in una lettera al Papa da San Paolo del Brasile del 1904: “Negli Stati Uniti le perdite del Cattolicesimo (dei migranti cattolici europei del tempo) si contano a milioni, certo più numerose delle conversioni degli infedeli fatte dalle nostre Missioni in tre secoli”. Le possibilità di evangelizzazione sono dimostrate dalla storia, come, per fare un esempio classico, da quella dello Stato del Rio Grande del Sud, in Brasile.
C’è da aggiungere che l’interesse di Scalabrini al problema è, sì, umano, ma di quella pienezza di umanità che è data dalla fede in un uomo di fede, e dalla speranza in un uomo dell’utopia come fu lui, che vide sempre più nel movimento migratorio il dito della Provvidenza che unifica il mondo: Mentre le razze si mescolano, si estendono e si con­ fondono, attraverso il rumore delle nostre macchi­ ne, al di sopra di tutto questo lavorio febbrile, di tutte queste opere gigantesche, e non senza di loro, si va maturando quaggiù un’opera ben più va­ sta, ben più nobile, ben più sublime: l’unione in Dio per Gesù Cristo di tutti gli uomini di buon volere. (Scalabrini, Discorso al Catholic Club di New York, 1901). Tra le possibilità dell’emigrazione italiana per lui c’è anche quella di offrire alla Chiesa un campo concreto di attività per riconciliare la religione con la patria, col farsi carico di un fenomeno italiano che coinvolge contemporaneamente la Chiesa cattolica e la Nazione italiana. Questa possibilità, infatti, è chiarita dal fatto che l’intuizione centrale della pastorale migratoria scalabriniana – fatta poi propria dalla Chiesa – è che senza cultura nazionale a lungo non si dà neppure fede, e che quindi, per preservare la fede degli italiani che emigravano, sacerdoti e laici di cultura italiana dovevano farsi migranti con i migranti italiani, come i sacerdoti e i laici cattolici tedeschi e polacchi dovevano seguire i rispettivi connazionali emigrati. Questa cura pastorale che si basa sulla cultura (lingua, tradizioni, costumi, religiosità popolare, ecc.), e che al limite preferisce erigere la scuola prima della Chiesa , ha, come si vede, un carattere nazionale . È legata intimamente al concetto e alla realtà di nazione e di patria: appunto, il motto scalabriniano di Religione e Patria. Del resto, l’esergo scalabriniano introduttivo di questo paragrafo, e quello che lo conclude, ne sono la più eloquente riprova.
E così il 28 Novembre 1887, in Piacenza, davanti all’altare del martire Sant’Antonino , diede inizio all’Istituto dei Missionari di San Carlo per gli emi­ grati italiani nelle Americhe , che ricevette l’approvazione dal Papa Leone XIII con il Breve Libenter agnovimus, e l’anno seguente spediva i suoi primi Missionari: 8 negli Stati Uniti e 2 in   Brasile. Scalabrini, ricevuta l’approvazione del suo Istituto da parte della Chiesa, anzi, investito “della parte principale in quest’opera salutare” “di aiutare i fratelli emigrati”, percorse l’Italia per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla gravità del fenomeno migratorio, sull’urgenza di una legislazione che lasciasse libertà di emigrare ma non di far emigrare, e per sollecitare consensi, aiuti e soprattutto volontari non solo per il suo Istituto religioso Missio­nario, ma anche per un’opera di assistenza ai porti di imbarco e di sbarco, che stava delineandosi nella sua mente creativa nel 1889: appunto la società San Raffaele, società di laici (e di laiche!), che iniziò aprendo due segretariati ai porti di Genova e di New York, e poi anche di Boston. In Italia la San Raffaele costituì 19 comitati, con relativi uffici di consulenza e di soccorso nelle città maggiormente interessate dall’esodo migratorio, e le va ascritto come merito l’aver indotto il Governo alla nuova legge sull’Emigrazione (1901), il cui spirito informatore (=libertà di emigrare, ma non di far emigrare), oltre che il dettato di una quindicina di articoli di capitale importanza, recepì le istanze di Scalabrini e dei suoi “coraggiosi missionari”, come dirà in un libro del tempo il giovane Luigi Einaudi.
Non va dimenticato anche lo spirito ecumenico che animava la San Raffaele, i cui membri si obbligavano a prestare aiuto anche “agli italiani di altre confessioni”, e questo per volontà esplicita di Scalabrini. L’occasione di fondare l’istituto femminile delle Missionarie di S. Carlo Borromeo gli fu offerta da un suo missionario, il P. Marchetti, il quale, avuto in affidamento un lattante da una madre che morì durante il viaggio in Brasile, giunto a San Paolo vi fondò l’Orfanotrofio Cristoforo Colombo, e scrisse al Fondatore: “I padri ce li abbiamo, ma le madri?”: al che Scalabrini nel 1895 provvide, aiutato dallo stesso Padre Marchetti e dalla sorella di lui, Madre Assunta, con la fondazione in Piacenza del ramo femminile scalabriniano.
Dalla stazione di Milano al Memoriale al Papa. È rimasta famosa quella pagina della conferenza del 1887: L’Emigrazione italiana in America, che narra del suo incontro alla stazione di Milano con mezzo migliaio di emigranti, del “nodo al cuore”, e dell’interrogativo che fu un vero e proprio Diktat alla sua coscienza: “come venir loro in aiuto?”. Proprio in quegli anni (1881) il nostro maggior narratore del tempo, Giovanni Verga, scriveva in Milano I Malavoglia, romanzo antimigratorio, in cui il “mutar stato” emigrando è sentito quasi come un attentato di lesa maestà contro l’immobilità del Destino, che punisce l’attentatore con la disfatta economica e morale. Il socialista Verga, espressione massima del nostro verismo, tenendo chiusi gli occhi sulla vera realtà, demonizzava l’emigrazione proprio mentr’era alloggiato in un albergo in faccia a quella stazione centrale, su cui, un Vescovo antisocialista, di passaggio, un giorno aprì gli oc­ chi e se li riempì di tanta miseria da trovare la sua vocazione non solo cristiana, ma anche sociale. Le astuzie della Provvidenza!

all’Orfanotrofio della Missione di San Paolo in Brasile durante la visita in America

Di ritorno dal suo viaggio nell’America del Sud, Brasile ed Argentina, su richiesta del Papa Pio X, gli inviò nel Maggio del 1905 un Memoriale che definisce un progetto con cui si investe la Sacra Congregazione Concistoriale (dicastero romano che presiede alla nomina e al controllo dei Vescovi cattolici) del compito di provvedere alla cura pastorale migratoria dei cattolici in tutto il mondo, appunto il dicastero Pro emigratis catholicis. Il progetto di questo Memoriale verrà realizzato dallo stesso Papa nel 1912. A un fenomeno universale come l’emigrazione dei cattolici – afferma Scalabrini – la Chiesa deve rispondere con un organismo altrettanto universale e supernazionale, com’è appunto la Congregazione da cui dipendono i Vescovi di tutto il mondo. Questa Congregazione dovrà coordinare gli sforzi di tutti, impegnandovi le chiese locali di partenza e di arrivo degli emigrati cattolici con l’invio di sacerdoti e missionari preparati ad hoc, dirimendo i conflitti giurisdizionali, ecc.
Ma vale la pena di dare in sintesi il contenuto dettagliato del Memoriale:
“L’importantissimo argomento” del Memoriale sono delle considerazioni frutto di esperienza sua e dei suoi missionari, oltre che di studio materiato di cifre e di dati;
L’esperienza dei suoi due viaggi in America del Nord e del Sud gli dice che la salvezza delle anime degli emigrati cattolici europei dipende dal nutrimento che la fede e la cultura propria hanno nella diaspora migratoria;
Denuncia profetica delle colpe della Chiesa che non si è preoccupata finora di questo problema degli emigrati cattolici, che è “uno dei fatti della storia moderna di indole politico-sociale e quindi religiosa” più importanti;
L’emigrazione cattolica europea nelle Americhe è infatti un chiaro segno dei tempi con cui Dio vuole evangelizzare il Nuovo Mondo, che è la nuova Terra Promessa ai popoli cattolici d’Europa e crogiolo di nuovi popoli;
Emigrazione diversa da quella colombiana, perché non di conquista e di distruzione, ma di liberazione dai bisogni e creatrice di benessere, nonché crogiolo di popoli nuovi;
L’emigrazione, del resto, è una legge naturale, e quindi provvidenziale, che ha per fine il “perfezionamento dell’uomo sulla terra e la gloria di Dio nei Cieli”;
Questo segno dei tempi interpella la Chiesa a “improntarlo” dello spirito del Vangelo, e a rendergli la sua potenzialità evangelizzatrice, cioè di “propaganda della fede”;
Il modo adeguato per conseguire l’obiettivo è la pastorale specifica, “particolare e varia” a seconda degli ambienti, bisogni, etnie, e che si compendia nel mantenere la fede mantenendo viva la cultura nazionale degli emigrati;
Pastorale che, per essere efficace, deve dipendere da un apposito organismo universale della Santa Sede, facente capo alla Concistoriale, il dicastero “Pro emigratis catholicis” , col compito di provvedere, alle singole nazionalità di emigrati cattolici, sacerdoti e laici, i quali mantengano la loro fede col mantenere viva la cultura propria di ciascuna di loro.
Il Vescovo di Piacenza pensa così in grande da non essere contento finché la sua intuizione non sarà fatta propria anche dalla Chiesa universale. Così Mons. Scalabrini, che non era vissuto per se stesso, si può dire che neppure sia morto per se stesso, se poco prima della morte, avvenuta il 1° Giugno 1905, festa dell’Ascensione, ha fatto alla Chiesa uno dei suoi doni più grandi, che gli hanno consentito di esercitare su di essa perfino un’azione postuma.
“La Chiesa cattolica è chiamata dal suo apostolato divino e dalla sua tradizione secolare (=attenta agli ultimi) a dare la sua impronta a questo grande movimento sociale dell’emigrazione, che ha per fine la restaurazione economica e la fusione dei popoli cristiani”. (Scalabrini, Memoriale , 5 Maggio 1905).
“Le due società (religiosa e laica, da me fon­ date) mirano tutte, più o meno direttamente, alla cura religiosa, civile e morale dei nostri fratelli espatriati (…), poiché, in tutto ciò che riguarda l’emigrazione, interesse religioso, civile e nazionale, pubblico e privato, non si possono distinguere senza danno”.
(Scalabrini, Seconda Conferenza sull’emigrazione, 1898)